Vinted Pro o account privato: quando serve la partita IVA
Dove passa il confine tra vendita occasionale e attività abituale, da quando Vinted comunica i tuoi dati al fisco e che cosa comporta la partita IVA.
All’inizio era il tuo armadio, poi quello di tua sorella e dei tuoi genitori, e a un certo punto hai cominciato a comprare apposta, perché ormai riconosci quello che si rivende. Da quel momento c’è una domanda che non si può più rimandare: sei ancora un privato che vende, o stai già facendo commercio?
In Italia la risposta non dipende da una cifra in euro. Dipende da che cosa fai e con quale intenzione, e ha due facce che vengono confuse di continuo: da un lato l’inquadramento della tua attività, dall’altro il tipo di account su Vinted. Il primo discende dalla legge, il secondo è un’impostazione dentro un’applicazione. Chi mette le due cose sullo stesso piano tira le conclusioni sbagliate.
Questo articolo mette le domande nell’ordine in cui si presentano davvero: dove passa il confine, che cosa c’entra e che cosa non c’entra l’obbligo di comunicazione delle piattaforme, il caso intermedio che riguarda più persone di quante tu ne immagini, che cosa comporta in pratica la partita IVA e che cosa cambia nel rapporto con chi compra da te.
Avvertenza
Questo articolo inquadra la questione e non sostituisce una consulenza legale o fiscale. Descrive le regole italiane nelle loro linee generali; la tua situazione può richiedere una risposta diversa. Fanno testo l’Agenzia delle Entrate, la Camera di Commercio della tua provincia e un commercialista.
Due domande che vengono continuamente confuse
Prima di parlare di soglie e di moduli conviene separarle:
- Sono un privato o esercito un’attività? Lo decidono il codice civile e le norme fiscali, non Vinted. La stessa domanda si porrebbe identica su un sito di annunci, in un mercatino o in un tuo negozio online
- Che tipo di account uso su Vinted? Questa è una faccenda della piattaforma. Non cambia il tuo inquadramento: al massimo lo rende visibile
L’ordine è univoco: prima si stabilisce che cosa fai davvero, e l’account viene dopo. Mai il contrario.
Dove passa il confine con l’attività abituale
Vendere i vestiti che hai indossato tu non produce reddito da dichiarare, e non cambia nulla se alla fine i capi sono tanti: erano tuoi, li avevi comprati per metterteli e non per rivenderli. Comprare merce per rivenderla a un prezzo più alto punta nella direzione opposta, e lo fa più di qualsiasi altro elemento. È sull’acquisto che la questione si decide quasi sempre.
Quando quell’acquisto diventa continuo, organizzato e orientato al guadagno, si entra nell’attività commerciale abituale. Nessuno di questi elementi decide da solo: conta il quadro d’insieme. Altri indizi che spingono nella stessa direzione:
- Ti rifornisci di continuo, invece di smaltire una volta per tutte quello che avevi
- Vendi merce simile in serie: più paia di sneakers della stessa marca, abbigliamento per bambini in taglie che cambiano ogni pochi mesi
- Vendi capi nuovi o rimanenze che tu non hai mai usato
- Ti presenti come un negozio: tempi di spedizione dichiarati, sconti sui lotti, un assortimento con una direzione riconoscibile
- La cosa va avanti tutto l’anno e non solo in un periodo di grandi pulizie
Le tre domande che portano alla risposta
Da dove arriva la merce, da quello che possedevi o da un acquisto? Con quale frequenza, un episodio isolato o un ritmo costante? E con quale intenzione, fare spazio o guadagnarci? Chi si ritrova dalla parte del commercio su tutte e tre non ha bisogno di cercare soglie di ricavi.
Il terzo caso, quello in cui si riconoscono in molti
Fra i due estremi c’è un terzo caso, e saltarlo è l’errore più diffuso di tutti. Chi ha comprato quattro capi in un mercatino, li ha rivenduti guadagnandoci e non ha nessuna intenzione di farne un mestiere non è un commerciante abituale: la partita IVA non gli serve. Ma non è nemmeno il privato che svuota l’armadio, e quel guadagno non è invisibile al fisco.
La differenza fra il prezzo di acquisto e quello di vendita, in un caso del genere, è un reddito diverso ai sensi dell’art. 67 del TUIR, e si indica in dichiarazione anche senza partita IVA. Quello che manca, rispetto all’attività abituale, è la continuità, non l’obbligo dichiarativo.
Tenerlo a mente cambia il modo in cui leggi il resto di questa pagina: la partita IVA è la conseguenza dell’abitualità, non il criterio che la definisce, e non è nemmeno il confine oltre il quale si comincia a dichiarare. Il confine della dichiarazione sta prima. In quale quadro finisca quel reddito, e con quali documenti, è una domanda concreta per un commercialista, e si risolve in una telefonata.
L’obbligo delle piattaforme: che cosa dice DAC7 e che cosa no
In parallelo, e indipendentemente dal tuo status, dal 2023 esiste un obbligo di comunicazione a carico delle piattaforme. Nasce dalla direttiva europea DAC7, che l’Italia ha recepito con il D.Lgs. 32/2023 e che ha un equivalente in ogni Stato membro. Una volta all’anno la piattaforma comunica i dati di certi venditori all’autorità fiscale del paese in cui è stabilita, e lo scambio automatico di informazioni fra Stati europei li fa arrivare all’ufficio competente per te, cioè all’Agenzia delle Entrate.
e meno di 30 vendite: chi resta dentro tutte e due queste condizioni non finisce nella comunicazione annuale
Direttiva europea DAC7, recepita in Italia dal D.Lgs. 32/2023
Essere comunicati non vuol dire essere tassati
L’esenzione è cumulativa e va letta con attenzione: ci rientri se nell’anno solare concludi meno di 30 vendite e incassi una cifra pari o inferiore a 2.000 euro. Le due condizioni valgono insieme, quindi basta che una sola delle due venga meno a far scattare l’obbligo: succede alla trentesima vendita, mentre a quota 2.000 euro esatti sei ancora escluso. Quella comunicazione non dice se eserciti un’attività e non fa nascere imposte da sola: serve a mettere davanti al fisco gli stessi numeri che hai davanti tu. Chi ha semplicemente svuotato il proprio armadio viene comunicato oltre quella soglia e in genere non deve comunque nulla. Questo paragrafo inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
Due malintesi resistono a ogni smentita. Il primo: che quella sia una soglia di tassazione. Non lo è, stabilisce da quando si comunica e nient’altro. Il secondo: che restarci sotto metta al riparo. Nemmeno questo è vero, perché le regole civili e fiscali valgono dal primo euro, indipendentemente dal fatto che una comunicazione parta o no. Per adempiere, la piattaforma raccoglie i dati che la norma le impone, codice fiscale compreso.
Se è attività abituale: che cosa comporta la partita IVA
Stabilito che quello che fai è commercio, gli adempimenti non sono uno solo. L’apertura della partita IVA con il codice attività della vendita al dettaglio è il primo; accanto ci sono la segnalazione al Comune per l’avvio dell’attività, l’iscrizione al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio e la posizione previdenziale che ne discende. Il momento conta: ci si mette in regola quando si comincia, non a fine anno.
La domanda successiva è quella del regime fiscale, e qui vale la pena dire chiaramente quello che non trovi qui. Esiste un regime agevolato per chi ha ricavi contenuti, con un’imposta sostitutiva al posto della tassazione ordinaria, e ha un tetto di ricavi oltre il quale non si applica più. Quel tetto non lo troverai scritto in questo articolo: cambia nel tempo, dipende anche da altre condizioni della tua situazione, e un numero sbagliato qui ti costerebbe più di un numero mancante. È la prima cosa da chiedere a un commercialista, insieme a che cosa succede se lo superi in corso d’anno.
Il conto che viene prima della domanda
Prima di chiedersi quale regime convenga, conviene sapere quanto resta davvero da ogni capo. Le voci che entrano nel conto, imballaggio, spedizione e il tuo tempo, sono nella nostra guida su come calcolare il margine sulla rivendita. Un’attività che non regge quel conto non diventa più interessante con un inquadramento diverso.
Che cosa cambia verso chi compra da te
Accanto all’account privato Vinted prevede un tipo di account per i venditori professionali. Non è un presupposto della partita IVA e non la sostituisce. Quello che conta davvero sono gli obblighi che riguardano chi vende a distanza a un consumatore:
- Informazioni sul venditore: chi compra deve poter risalire a chi sei e come contattarti
- Diritto di recesso: nei contratti a distanza con un consumatore vale di regola un termine di quattordici giorni, e va comunicato
- Garanzia: verso un consumatore non si esclude con una frase in descrizione, e nemmeno sull’usato sparisce del tutto
- Prezzi: il prezzo finale e le spese di spedizione devono essere chiari prima dell’acquisto
Questi obblighi discendono dal tuo inquadramento, non da un interruttore nel profilo. Valgono anche se sulla piattaforma non li rendi visibili, ed è esattamente lì che sta il rischio pratico: le contestazioni partono quasi sempre da un adempimento formale mancante. Vinted non ne assolve nessuno al posto tuo.
I segnali che dicono che la domanda è arrivata
Nella pratica non arriva all’improvviso. Si annuncia:
- Compri ormai più spesso di quanto svuoti
- Il tuo magazzino ha una direzione che curi apposta
- Fai il conto del guadagno prima di comprare, invece di guardare a fine mese quello che è avanzato
- Hai cominciato a chiederti come toglierti di mezzo la digitazione
L’ultimo è un segnale di volume, non giuridico. Se è il tuo caso, la nostra guida su come gestire tanti articoli su Vinted descrive l’organizzazione che ci sta dietro, qualunque inquadramento tu abbia. E se la merce che vendi arriva ormai da acquisti mirati, dove trovarla è il tema della guida su dove comprare per rivendere su Vinted.
Che cosa rischi se lasci correre
Esercitare un’attività e presentarsi come privato non è un espediente, è un problema rimandato. Sul piano fiscale l’obbligo resta anche quando emerge più tardi, e quello che viene richiesto dopo arriva con gli interessi. Sul piano della piattaforma quello che rischi è la storia del tuo account: le valutazioni che convincono chi compra e le persone che hanno salvato i tuoi articoli fra i preferiti. Non è roba che si porta dietro su un secondo account, e un secondo account sarebbe per giunta una violazione delle condizioni d’uso, quindi non una soluzione ma un problema in più. Questo paragrafo inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
La zona grigia della rivendita saltuaria
Fra il fare spazio e il commercio c’è una fascia in cui si riconoscono in molti: ogni tanto prendi un capo perché costava troppo poco per lasciarlo lì, e poi lo rivendi. Senza regolarità, senza un piano e senza un’intenzione duratura mancano gli elementi che fanno l’abitualità. Sicuro però non lo sei mai del tutto, perché a decidere è sempre il quadro d’insieme, e non lo valuta la piattaforma. Il guadagno, in ogni caso, resta un reddito diverso da indicare in dichiarazione.
Tieni i conti dal primo giorno
Una tabella con data, provenienza, prezzo pagato e prezzo incassato ti costa venti secondi a capo e risponde più tardi a qualsiasi domanda. È anche il materiale su cui un commercialista può dirti che cosa vale per te: senza, si va a stima, e le stime raramente cadono dalla tua parte.
Da dove arriva la merce pesa nel giudizio più di ogni altra cosa, perché l’acquisto regolare è l’indizio più forte del commercio. E se sei ancora all’inizio, la nostra guida per iniziare a rivendere su Vinted mette in ordine le prime decisioni: nicchia, acquisto, organizzazione.
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Crea il mio account →Domande frequenti
Da quando Vinted comunica le mie vendite al fisco?
Resti fuori dalla comunicazione se nell’anno solare concludi meno di 30 vendite e incassi una cifra pari o inferiore a 2.000 euro: le due condizioni valgono insieme, e basta che una delle due venga meno perché l’obbligo scatti. È la direttiva europea DAC7, recepita in Italia dal D.Lgs. 32/2023. Finire in quella comunicazione non dice nulla sul tuo status e non fa nascere da solo alcuna imposta. Questa risposta inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
Come capisco se il mio vendere è già attività abituale?
Da più elementi presi insieme: se compri per rivendere, se lo fai con continuità e con una qualche organizzazione, e se l’intento è ricavarne un guadagno. L’acquisto di merce destinata alla rivendita è l’indizio più forte di tutti, e la valutazione non dipende da una cifra di ricavi in particolare. Se ti ci riconosci, il passaggio successivo è un commercialista. Questa risposta inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
Devo dichiarare qualcosa anche senza partita IVA?
Può succedere, ed è il caso in cui si riconoscono in molti. Rivendere qualche capo comprato apposta, senza quella continuità che rende necessaria la partita IVA, produce comunque un guadagno che il fisco considera un reddito diverso ai sensi dell’art. 67 del TUIR, da indicare nella dichiarazione. Vendere i propri vestiti usati, invece, non produce reddito da dichiarare. Questa risposta inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
Che cosa comporta aprire la partita IVA per vendere su Vinted?
L’apertura della partita IVA con il codice attività della vendita al dettaglio, la segnalazione al Comune e l’iscrizione al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio, più la posizione previdenziale che ne consegue. Quale regime fiscale ti convenga e con quali limiti di ricavi è la domanda da portare a un commercialista: i valori cambiano nel tempo e non si ricavano da un articolo di blog. Questa risposta inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.
A che cosa serve un account Vinted Pro?
Rende visibile sulla piattaforma lo status che hai già fuori dalla piattaforma. Non ti attribuisce alcuna posizione giuridica e non sostituisce l’apertura della partita IVA; al contrario, un account privato non ti libera dagli obblighi che nascono da quello che fai davvero. Che cosa comprenda nel dettaglio lo decide Vinted, e cambia da mercato a mercato: controlla le condizioni aggiornate nella guida della piattaforma. Questa risposta inquadra la questione e non sostituisce una consulenza.